Petru non le rispose subito.
Si mise il berretto logoro e la fissò a lungo.
“Se non lo facciamo ora, non lo sapremo mai.”
Uscirono a piccoli passi dall’appartamento del complesso residenziale Titan. L’ascensore odorava di detersivo a buon mercato e la vicina del palazzo con tre camere da letto li salutò senza riconoscerli.
Prima tappa: Cluj.
Bussarono alla porta di Violeta in un freddo pomeriggio. Un palazzo nuovo, un citofono, telecamere di sorveglianza. Petru incurvò le spalle, Ruxandra fissava il pavimento.
Violetta aprì la porta quel tanto che bastava per far passare la catenella di sicurezza.
“Cosa volete?”
“Un pezzo di pane… qualsiasi cosa…” mormorò Ruxandra.
Violetta non batté ciglio.
“Non offriamo soldi. Provate al centro sociale.”
E riattaccò.
Senza guardarli. Senza vederli.
Il giorno dopo, a Bucarest, da Radu. Porte enormi, videocitofono.
Radu rispose tramite il videocitofono.
“Sì?”
“Per favore… non mangio da ieri…”
“Non mi interessa. Vai al Comune.”
Lo schermo si spense.
Quello di Mirela fu ancora più breve.
“Chiamate la sicurezza!” urlò al marito.
Sorin non aprì nemmeno la porta. Aveva mandato la governante a dire che non accettava mendicanti.
Ad ogni sbattere della porta, qualcosa di pesante cresceva nel petto di Petru.
Non rabbia.
Non vergogna.
Vuoto.
Arrivarono da Daniel a tarda notte. Una casetta, con una luce calda che entrava dalle finestre. Sentivano una vecchia radio e un cane abbaiare.
Petru bussò.
La porta si spalancò, senza catenaccio, senza paura.
Ioana apparve per prima. “Oh mio Dio… venite subito, fa freddo!”
Non fece loro domande. Non chiese spiegazioni.
Daniel portò due sedie vicino ai fornelli.
“Sedetevi qui. Ioana, metti ancora un po’ di zuppa nei piatti.”
Una semplice zuppa di verdure. Pane caldo. Tè.
Ruxandra tremava. Non per il freddo.
Ioana si tirò una coperta sulle spalle.
“Non abbiamo molto, ma condivideremo.”
Daniel li osservò attentamente.
“Dove alloggiate? Avete un posto dove dormire?”
Petru deglutì.
“No.”
Daniel non esitò un attimo.
“Restate con noi. Vedremo cosa possiamo fare domani. Troveremo una soluzione.”
Nessun calcolo. Nessuna scusa. No, “Non posso”.
Petru non dormì quella notte. Alzò lo sguardo verso il soffitto umido e sentì il respiro leggero di suo figlio nella stanza accanto.
La mattina, mentre Ioana impastava il pane, Petru si alzò.
“Daniel…” disse con la sua vera voce.
Suo figlio si voltò di scatto. Si bloccò.
Ruxandra si tolse il cappello e si scostò i capelli dalla fronte.
Fu un lungo momento.
Poi Daniel capì.
Non urlò.
Non si arrabbiò.
Scoppiò in lacrime.
“Perché?” fu tutto ciò che chiese.
Petru si avvicinò e le mise una mano sulla spalla.
“Perché volevamo sapere se stavamo crescendo delle persone… o solo delle persone con dei soldi.”
Quel giorno, Petru e Ruxandra andarono dal notaio.
La casa a Bucarest, i risparmi, il terreno ereditato dai genitori: tutto fu trasferito a Daniel.
Non per colpa di Vendetta.
Ma per la verità.
Quando gli altri quattro lo scoprirono, chiamarono furiosi. Parlarono di ingiustizia, di diritti, di ciò a cui “avevano diritto”.
Petru li ascoltò uno per uno. Con calma.
“Ciò che ci spetta”, disse infine, “è una porta aperta”.
Riattaccarono.
Nel cortile della fattoria, Daniel stava piantando un chiodo nel tetto, che sarebbe stato poi sostituito.
Ruxandra sedeva su una panchina con una tazza di caffè in mano.
Petru alzò lo sguardo al cielo limpido.
Per la prima volta dopo tanto tempo, non sentiva più quel vuoto nel petto.
Non perché avesse perso quattro figli.
Ma perché aveva trovato quello che contava davvero.