Il suo cuore batteva così forte che gli sembrò di sentirlo in tutto l’appartamento. Fece un passo avanti, poi un altro, e le ginocchia gli cedettero. Eva giaceva sul letto, a faccia in giù verso il soffitto, immobile. I capelli erano sparsi sul cuscino e il suo petto… non si muoveva.
“Eva…” sussurrò con voce roca.
Nessuna risposta.
Un’ondata di gelo gli percorse tutto il corpo. I pensieri si accavallavano. Era morta? Era successo qualcosa mentre io…? Non riuscì a finire il pensiero. Si avvicinò al letto e le toccò la mano. Era fredda.
Fece un respiro profondo e le posò due dita sul collo, proprio come aveva visto fare in televisione. Non sentì nulla. Il panico lo assalì.
“Oh mio Dio…” mormorò, indietreggiando spaventato.
Poi notò la busta sul comodino. Bianca, semplice, con il suo nome scritto sopra. Gabi.
Con mani tremanti, la aprì. Dentro c’era un biglietto piegato.
“Se stai leggendo questo, significa che sei arrivato a casa appena in tempo.”
Deglutì e continuò a leggere.
“So tutto. Di Lili. Delle tue notti. Delle bugie. Non mi vedi da tanto tempo, ma io ti ho sempre visto.”
Sentì la terra cedere sotto i piedi.
“Non ti scrivo per rimproverarti. Né per supplicarti. Sono stata tua moglie per ventitré anni. Ti ho lavato le camicie, ho cresciuto tuo figlio, ti sono stata accanto anche quando non avevo soldi per il pane. E tu… hai deciso di andartene senza andartene.”
Gabi si lasciò cadere sul bordo del letto. Le lacrime gli rigavano il viso, incapace di fermarle.
“Sono stanco, Gabi. Non ce la faccio più. Ma non voglio andarmene come una vittima. Voglio andarmene con dignità.”
Solo allora si accorse che Ewa respirava. Molto lentamente. Quasi impercettibilmente. Il suo petto si sollevò leggermente.
“Sei vivo…” sussurrò lui, terrorizzato e sollevato allo stesso tempo.
Sul comodino c’era anche una boccetta vuota di pillole. Sonniferi. Non molte. Abbastanza per dormire profondamente, ma non abbastanza per… Ora capiva. Tutto era stato calcolato.
Continuò a leggere.
“Quando ti sveglierai dallo shock, sappi che me ne sarò andato. Non in ospedale. Non dai miei genitori. Me ne sarò andato per me stesso. Per la donna che ero prima di perdermi accanto a te.”
La lettera terminava con una frase che lo colpì più di ogni altra cosa:
“Non ti odio. Ma non ti amo più. E questa è la mia libertà.”
Gabi rimase immobile a lungo, stringendo tra le mani il foglio accartocciato. Il sole sorgeva lentamente sui grigi palazzi e un tram cigolava in lontananza. Una mattina come tante per gli altri. Per lui, la fine della vita.
Eva si mosse leggermente e sospirò profondamente. Era viva. Ma non gli apparteneva più.
Qualche ora dopo, quando si svegliò completamente, lei non era più in camera da letto. L’armadio era mezzo vuoto. Sul tavolo c’erano le chiavi dell’appartamento. E la sua fede nuziale.
Solo allora capì davvero cosa aveva perso.
Non la sua stanca moglie.
Non la donna “più grande”.
Ma l’unico uomo che lo aveva amato quando non aveva niente.
Rimase solo nell’appartamento, in quel silenzio opprimente da cui non riusciva a liberarsi. Il telefono vibrò. Un messaggio da Lila.
Non rispose.
Per la prima volta dopo anni, Gabi capì che certe cose, una volta perse, non tornano mai più. E che a volte la punizione più grande non è l’abbandono… ma essere lasciati soli con la verità.