Aprii la porta.
Due poliziotti e un uomo in giacca e cravatta con una valigetta nera sottobraccio mi stavano di fronte. Seri. Nessun sorriso. Nessuna spiegazione superflua.
“Signorina Valeria Popescu?” chiese uno degli agenti.
“Sì.”
“Abbiamo un mandato.”
Alle mie spalle calò il silenzio. Un silenzio pesante, di quelli che penetrano fino al midollo.
Ivan fece un passo avanti.
“Quale mandato? Di cosa si tratta?”
L’uomo in giacca e cravatta aprì la valigetta ed estrasse alcuni fogli.
“Esecuzione per frode e uso illecito di carte di credito, oltre a debiti non pagati a istituti finanziari. Gli importi sono ingenti.”
Il viso di Ivan impallidì.
“È un errore…” balbettò. “Io… io solo…”
“Avete solo giocato, mentito e rubato”, dissi con calma.
Rodica iniziò ad alzare la voce.
“Non vi è permesso entrare in casa nostra!”
Il poliziotto la guardò dritto negli occhi.
“Signora, la casa è intestata alla signora Valeria. E abbiamo il permesso.”
Poi qualcosa si ruppe.
Ivan mi guardò disperato.
“Valeria… per favore… lo ripareremo… ti darò i soldi…”
Risi brevemente.
“Quali soldi?”
I poliziotti entrarono.
Uno di loro le chiese i documenti. L’altro iniziò a leggerle i suoi diritti. Sembrava tutto irreale, ma allo stesso tempo… perfettamente logico.
Rodica si agitava nervosamente in salotto.
“Non è giusto! Non è giusto! È stata lei a farci questo!”
La guardai.
“No. Ve lo siete fatto da soli.”
Ivan era ammanettato. Non opponeva resistenza. Non aveva più forze. L’uomo che mi aveva cacciata di casa pochi minuti prima… non riusciva nemmeno a guardarmi negli occhi.
Quando uscirono insieme, i vicini li stavano già osservando dal corridoio. Sussurri. Sguardi. Vergogna.
Rodica rimase lì, in piedi in mezzo al soggiorno, smarrita.
“Dove andrò a stare adesso?” chiese, come se se ne fosse appena resa conto.
Presi la borsa dal tavolo.
“Non lo so. Ma non qui.”
Cercò di dire qualcosa, ma non le uscì alcuna parola. Per la prima volta, perse il controllo.
Spalancai le finestre. L’aria fredda irruppe in casa, come a purificare ogni cosa.
Per la prima volta dopo tanto tempo, provai pace.
Non quella falsa, opprimente pace.
Vera pace.
Mi sedetti sul divano e chiusi gli occhi per qualche secondo.
Non avevo perso nulla.
Tutt’altro.
Avevo riavuto la mia vita.