Senza pensarci, tirai fuori la sedia da sotto l’appendiabiti.
Il cuore mi batteva all’impazzata. Ogni battito mi saliva in gola.
“Chi c’è?” urlai.
Il pianto si interruppe per un attimo.
Poi… più piano, ma più chiaro, lo sentii di nuovo.
Le mani mi tremavano mentre cercavo la serratura. Non era vecchia. Era stata installata di recente.
“Che diavolo sta combinando Andrei?” pensai.
Uscii, andai fuori e dissi a Mariana:
“Chiama la polizia. Subito.”
Lei annuì, senza dire nulla.
Andai verso la macchina, tirai la leva del bagagliaio e rientrai in casa.
Non potevo più aspettare.
Salii sulla sedia e iniziai a bussare alla serratura. Due volte. Tre volte. Al quarto colpo, si aprì.
Spingetti il portellone.
Un odore acre e nauseabondo mi investì in pieno volto.
E poi… silenzio.
“Non aver paura”, dissi. “Sono qui.”
Salii lentamente la scala pieghevole. La soffitta era buia, solo un piccolo spiraglio di luce filtrava da una finestra.
E poi la vidi.
In un angolo, su un vecchio materasso, sedeva una ragazza.
Magra. Spaventata. Aveva gli occhi rossi per il pianto.
Aveva forse… diciassette anni.
“Oh mio Dio…” sussurrai.
Si allontanò come se avesse paura di me.
“No… non picchiarmi… ti prego…”
Il mio cuore si spezzò.
“No, no… non sono qui per farti del male”, dissi dolcemente. “Come ti chiami?”
Esitò.
“Ana…”
“Ana, chi ti ha rinchiusa qui dentro?”
Ricominciò a piangere.
«Loro…» disse a bassa voce.
Sentii le forze svenire.
«Chi sono ‘loro’?»
«Andrei… e Laura…»
Per un attimo non riuscii a sentire nulla. Il mondo si fermò.
«Da quanto tempo siete qui?» chiesi, e la mia voce cambiò.
«Da… qualche mese…»
Le lacrime mi riempirono gli occhi.
Scesi velocemente le scale e l’aiutai a uscire. Riusciva a malapena a camminare. Mariana scoppiò in lacrime quando la vide.
La polizia arrivò in pochi minuti.
Poi tutto accadde così in fretta.
Un’ambulanza. Domande. I vicini che sbirciavano oltre la recinzione.
Anna fu portata in ospedale. Era disidratata, debole, ma viva.
Scoprii la verità quella stessa sera.
Andrei e Laura l’avevano “prelevata” dalla strada. Una ragazza senza una famiglia stabile, senza sostegno. All’inizio le avevano promesso aiuto. Poi… l’avevano tenuta lì, nascosta. Controllo. Paura. Violenza.
Non potevo crederci.
Mio figlio.
Il ragazzo che avevo cresciuto.
Quando Andrei mi chiamò, finalmente risposi.
“Papà, cosa hai fatto?!” urlò.
Sentii uno strano silenzio dentro di me.
“Non io, Andrei…” gli dissi. “Sei stato tu.”
Tacque.
“Non tornare mai più a casa mia”, continuai. “E per favore, rispondi solo alla legge.”
Riattaccai.
Qualche settimana dopo, Ana era al sicuro in un centro di accoglienza, dove qualcuno si prendeva cura di lei.
Andai a trovarla.
Era seduto su una panchina in cortile, al sole.
Quando mi vide, sorrise timidamente.
“Grazie…” disse.
Annuii.
Non ero un eroe.
Ero semplicemente un padre che ha imparato troppo tardi che la verità non va mai ignorata.
E che a volte… il male non viene dagli sconosciuti.
Ma da coloro di cui ti fidi di più.