Bogdana rimase immobile per qualche secondo.
Il suo sguardo era fisso su quella piccola cicatrice, quasi invisibile.
A forma di freccia.
Esattamente come allora.
Esattamente come ventitré anni prima.
Le tolse il respiro.
“Dottoressa… la prego…” sussurrò la giovane tra un gemito e l’altro. “Non ce la faccio più…”
La voce della ragazza riportò Bogdana alla realtà.
La dottoressa sbatté rapidamente le palpebre, scacciando le immagini che la tormentavano.
Non era il momento di pensare al passato.
Era il momento di vivere.
“Fai un respiro profondo, mia cara. Sei in buone mani”, disse con fermezza.
La giovane si aggrappò al bordo del letto.
“Il bambino… il mio bambino… salviamolo…”
“Lo salveremo. Entrambe.”
Bogdana si mosse rapidamente, con la stessa sicurezza che aveva avuto per decenni.
Le infermiere accorsero.
“Travaglio avanzato!” disse il medico.
Il dolore si intensificò.
Le urla della giovane donna riempirono la stanza.
I minuti sembrarono ore.
Ma la mente di Bogdana era lucida.
Eppure… quella cicatrice le bruciava ancora nella memoria.
Anni prima…
La giovane donna era stata portata nello stesso reparto maternità.
Scortata.
In silenzio.
E con la stessa cicatrice.
Quella notte, Bogdana diede alla luce una bambina.
Ma la neonata le fu portata via subito.
Alcune persone influenti, a bordo di auto nere e in abiti costosi, dissero: “È così che deve essere”.
La madre scomparve.
La bambina scomparve.
E Bogdana non seppe mai più nulla.
Fino ad ora.
“Spingi!” disse con fermezza.
La giovane donna strinse i denti.
Un ultimo sforzo.
E poi…
Il pianto del neonato riempì la stanza.
Un bambino.
Sano.
Forte.
Le infermiere scoppiarono a ridere.
Bogdana sollevò il bambino.
Ma le sue mani tremavano leggermente.
Il suo sguardo tornò a posarsi sulla gamba della giovane donna.
Una cicatrice.
“Come ti chiami?” chiese a bassa voce.
“Ana…” rispose la ragazza stancamente.
“Ana… chi ti ha fatto quella cicatrice?”
La ragazza rimase in silenzio per qualche secondo.
“Non lo so… ce l’ho da quando ero piccola. All’orfanotrofio mi hanno detto che mi hanno trovata con quella cicatrice.”
Il cuore della dottoressa iniziò a battere forte.
“In quale orfanotrofio?”
“Alla Casa dei Bambini di Câmpín.”
Bogdana sentì le ginocchia vacillare.
Proprio lì.
Esattamente quest’anno.
Cercò di scoprire dove fosse stato portato il bambino.
L’unica risposta che ricevette fu che era stato portato in un centro per bambini abbandonati.
Il dottore si avvicinò lentamente al letto.
“Ana… per favore, guardami.”
La ragazza alzò gli occhi stanchi.
Bogdana fece un respiro profondo.
“Ventitré anni fa… sono nata nel mondo di una bambina. Sua madre è stata accudita da persone forti. La bambina aveva una cicatrice… esattamente come la tua.”
Ana si bloccò.
“Cosa intendi?”
Bogdana le prese la mano.
“Credo… di essere stata io la dottoressa che ti ha fatto venire al mondo.”
Il silenzio riempì la stanza.
Ana scoppiò in lacrime.
“Io… non ho mai conosciuto mia madre…”
Bogdana sentì il cuore spezzarsi.
“Non ho potuto aiutarla neanche allora.”
Ma poi guardò il bambino tra le braccia dell’infermiera.
Un nuovo inizio.
“Ma oggi… possiamo fare la differenza.”
Il dottore prese il bambino tra le braccia.
Ana lo guardò, tremando.
“È mio…”
“Sì.”
Bogdana sorrise per la prima volta quella notte.
A volte il passato torna a ferire.
Ma a volte…
torna a riparare ciò che è stato rotto.