Ana rimase immobile, stringendo la mano al manico della borsa. Respirava affannosamente, cercando di non emettere alcun suono. Tutto intorno a lei tremava: le macchine, i muri, persino le luci sembravano vibrare.
Per un attimo, si pentì di essere venuta. Di non aver sentito nulla. Di essere rimasta a casa, circondata dagli odori di cibo e di bucato steso ad asciugare. Ma ormai non poteva tornare indietro.
Indietreggiò lentamente, per non farsi notare, e uscì. L’aria fredda le colpì le guance, ma lacrime calde le rigavano il viso. Sul marciapiede, la borsa della spesa le scivolò di mano e i coperchi delle casseruole si aprirono. La zuppa fumava, diffondendo il profumo di levistico, e le ciambelle rotolarono sull’asfalto. Ana le osservò, immobile, come se la sua vita fosse lì sparsa, come pezzi della sua anima che si rompevano uno ad uno.
Si sedette sul marciapiede, senza prestare attenzione a nulla. Il mondo continuava a girare intorno a lei: gente che correva, motori che rombavano, voci che ridevano. Nessuno sospettava che, al volante, quella donna stesse perdendo la fede in tutto ciò in cui credeva.
Dopo un attimo, si alzò. Con gli occhi gonfi e le mani tremanti, raccolse gli avanzi della cena e li ripose. Non piangeva per pietà. Piangeva per vergogna. Per anni, aveva pensato che amare significasse perdersi per un’altra persona.
Quando tornò a casa, il silenzio era opprimente. Posò la borsa, si appoggiò al tavolo e fissò il vuoto. Sul frigorifero era appesa una foto di loro due, chiusa con del nastro adesivo: ridevano, mano nella mano in riva al mare. Strappò lentamente la foto e la gettò nella spazzatura.
Quella sera, Sergiu tornò a casa come al solito, stanco ma con un’espressione allegra.
“Anuța, oggi morivo di fame; non ho avuto nemmeno il tempo di fare una pausa!” «—disse lui, ignaro che la verità gli bruciava già nell’anima.
«Ti credo. Il lavoro ti sta sfiancando», rispose lei con calma.
Lui non sospettava nulla. Le aveva parlato della macchina, di quella nuova. Ana lo ascoltava, ma non riusciva più a sentirlo. Una decisione si stava formando nella sua mente. Non impulsiva, ma chiara, come la luce del mattino che l’aveva svegliata solo poche ore prima.
Qualche giorno dopo, quando Sergiu tornò a casa, trovò un tavolo vuoto e un biglietto scritto con mano ferma:
«Non posso vivere accanto a un uomo che sogna un’altra. Ho cucinato, ho fatto il bucato, ho amato. Ma merito amore, non solo apprezzamento.» “Prenditi cura di te.”
L’appartamento profumava ancora di pulito, ma l’aria era diversa. Vuota.
Ana andò da sua sorella in campagna. Lì, tra il profumo di fieno e l’aria fresca, iniziò a prepararsi. Ogni mattina andava al pozzo, lavava i panni e guardava il cielo. Non voleva vendetta, non voleva spiegazioni. Voleva solo la pace.
E lentamente arrivò. Un giorno, tornò a sorridere. Non a un uomo, ma a se stessa. A una donna che aveva imparato che il vero amore non richiede di perdersi, ma di ritrovarsi.
E quando, qualche mese dopo, Sergiu le mandò un messaggio chiedendole perdono, Ana fissò a lungo lo schermo. Poi cancellò il messaggio senza rispondere.
Per la prima volta, si sentì libera.