James sentì le mani tremare. Per un attimo, si dimenticò di rispondere. Ma Emily sorrise, convinta che sua madre fosse in qualche modo tornata dall’ombra.
La cameriera lo guardò con curiosità. Vide il suo viso pallido e il suo sorriso incerto.
“Sta bene, signore?” chiese, alzando leggermente le sopracciglia.
James si schiarì la gola.
Sì… mi scusi. Per me, solo… caffè e brodo di pollo. E per lei… una piccola porzione di pancake.
“Certo”, disse lei a bassa voce, prendendo un rapido appunto.
Quando se ne andò, James si mise la testa tra le mani. Non poteva essere vero. Evelyn era morta. Le aveva tenuto la mano in ospedale e le aveva sussurrato le ultime parole. Tutto era reale, troppo reale. Eppure… quella donna davanti a lui era viva.
Emily, con l’innocenza della sua età, gli disse dolcemente:
Te l’avevo detto, papà. La mamma è tornata.
Il cuore di James si spezzò. Voleva crederci, ma il buon senso non gli dava pace. Non poteva essere.
La cameriera tornò con un vassoio e, mentre chinava leggermente la testa per mettere da parte i piatti, una ciocca di capelli le cadde sulla guancia, così come a Evelyn. James quasi versò una lacrima.
“Grazie”, riuscì a dire.
“Con piacere”, rispose lei, sorridendogli calorosamente.
In quel sorriso, James percepì un barlume di pace che non provava da anni.
Quando ebbero finito di mangiare, James chiese il conto. Quando la donna gli porse lo scontrino, notò il nome sul cartellino: Elena.
Un semplice nome rumeno che gli trafisse l’anima. Evelyn era di origini rumene e sua madre l’aveva sempre chiamata “la mia Elena”. La coincidenza lo scosse.
“Elena…”, disse, quasi sussurrando.
La donna lo guardò sorpresa.
«Sì, mi chiamo così. Va tutto bene?» James non sapeva cosa rispondere. Sembrava che il destino avesse giocato la sua ultima carta.
Sulla via del ritorno, Emily si addormentò sul sedile posteriore, stringendo il suo quaderno da disegno. James, invece, guidava ansioso. Quel viso, quella voce, quel nome… era troppo per essere una semplice coincidenza.
Quella sera, nel loro tranquillo appartamento di Manhattan, James non riusciva a dormire. Si alzò, guardò le foto di Evelyn, poi i disegni di Emily. E poi lei si ricordò di qualcosa: la nonna di Evelyn le aveva detto una volta che le anime care non se ne vanno mai veramente, ma ritornano attraverso le persone che portano la stessa luce.
Forse Elena non è Evelyn, pensò. «Ma forse questa è la nostra occasione per sentire di nuovo che la vita non è finita con lei.»
Una settimana dopo, James tornò a Bramble Creek. Questa volta senza scuse. Entrò da Rosie’s Kitchen e vide Elena che serviva un pasto agli avventori. Quando lo vide, sorrise come se lo stesse aspettando.
Si fece coraggio e disse:
“Ti andrebbe di prendere un caffè quando finisci il turno?”
Lei lo guardò per qualche secondo, poi annuì.
Sì.
Per la prima volta dopo tanto tempo, James sentì di poter respirare di nuovo.
Anni dopo, gli abitanti di Bramble Creek avrebbero detto che il destino ha i suoi modi. James Whitmore, un milionario stanco, aveva ritrovato un motivo per sorridere. Non perché avesse rimpiazzato Evelyn, ma perché nell’anima di Elena aveva ritrovato lo stesso calore, la stessa semplicità, la stessa speranza di cui lui ed Emily avevano bisogno.
E in un certo senso, forse era stata davvero Evelyn a condurla lì, in un freddo autunno di ottobre, in una piccola città che profumava ancora di torta e caffè.