“Ascolta, Radu… ho un’idea.”
Mi guardò, stanco ma curioso. Per la prima volta, nei suoi occhi non c’era solo nervosismo, ma anche un barlume di comprensione.
“Quale idea?”
Mi sedetti accanto a lui e parlai con calma, senza fretta.
“Non vado io da lei. Ci andiamo entrambi. Ma non per servirla… bensì per sistemare tutto.”
Sbatté le palpebre frequentemente, come se cercasse di elaborare le mie parole.
“Cosa intendi?”
“Intendo dire che andiamo, parliamo, chiaramente, senza divagare. Senza paura. Senza ‘lasciar perdere’. Per la prima volta in vent’anni.”
Rimase in silenzio per qualche secondo.
“Pensi che funzionerà?”
Alzai le spalle.
“Non lo so. Ma so per certo che se non lo facciamo, saremo ancora qui. Tu frustrato, io ferito… e lei come prima.”
La mattina seguente uscimmo insieme.
La passeggiata fino a casa sua fu silenziosa. Il suo palazzo era lo stesso: grigio, trasandato, con l’odore di cavolo cotto che proveniva dalle scale. Nulla era cambiato.
Bussai alla porta.
“Avanti!” risuonò la sua voce.
Entrai.
Era seduta sul letto, con la gamba ingessata e il telecomando in mano. Quando mi vide, inarcò le sopracciglia.
“Oh, è venuta anche lei… lei.”
Giusto. “Lei.”
Sentii un nodo allo stomaco, ma non mi tirai indietro.
Radu prese una sedia e si sedette.
“Mamma, dobbiamo parlare.”
Sbuffò.
“Di cosa c’è da parlare? Mi hai lasciata sola!”
“Non ti ho lasciata sola”, disse con fermezza. “Sono rimasto tre giorni. E ho capito molte cose.”
Lei rimase sorpresa. Non si aspettava quel tono.
Feci un passo avanti.
“Anch’io ho capito una cosa”, dissi. “Che non posso più vivere così.”
“Cosa intendi?” Aggrottò la fronte.
“Intendo dire che per vent’anni mi hai trattata come se non fossi nessuno. Non mi hai nemmeno chiamata per nome. E ora vuoi che venga a prendermi cura di te… come se niente fosse successo.”
Silenzio.
Radu non disse nulla. Mi lasciò.
“Non lo tollererò più”, continuai. “Se vuoi rispetto, devi dimostrarlo.”
Aprì la bocca per dire qualcosa, ma si fermò.
Per la prima volta, sembrò non esserci risposta.
“Non rifiuto aiuto”, dissi con più delicatezza. “Ma non come serva. Come persona. Come membro della famiglia.”
Passarono alcuni secondi difficili.
Poi, lentamente, quasi sussurrando, disse:
“Raluca…”
Rimasi immobile.
Era la prima volta.
La prima volta in vent’anni.
Non furono delle lunghe scuse. Non fu un cambiamento improvviso. Ma fu un inizio.
Nei giorni successivi, ci avvicinammo, una alla volta. Nessuna umiliazione. Nessuna urla.
Non divenne la donna perfetta da un giorno all’altro. Ma qualcosa si spezzò, o forse qualcosa si unì.
E quando, dopo qualche settimana, la lasciai e lei disse:
“Grazie, Raluca…”
Capii che qualcosa era finalmente cambiato davvero.
E per la prima volta da anni, non mi sentivo “lei”.
Mi sentivo me stessa.